vaffanculo addio
3 Marzo 2014
Non bastano un paio di kimono, quattro o cinque katane e una manciata di nozioni sulle storia e le leggende nipponiche frullate senza criterio per fare un buon film sui samurai.
Quarantasette ronin è una pellicola orrenda che ha un duplice torto: pur avendo una solidissima base, dato che prende spunto da uno dei grandi capolavori del teatro giapponese come il Chushingura di Takeda Izumo, scritto nella metà del Settecento, non riesce a stare in piedi né a livello di trama, né di personaggi e neppure visivo (quella che si vede è tutta roba trita e ritrita); inoltre non offre allo spettatore delle scene d’azione che siano degne di questo nome.
Nell’opera originale, rappresentata nel 1748 come joruri (teatro con marionette) e riproposta nel 1749 come kabuki, si racconta la vera storia di 47 samurai che decidono di vendicare la morte del loro signore Asano Naganori, costretto al seppuku (il suicidio rituale dei samurai) in seguito a un duello avvenuto nel palazzo dello shogun con un funzionario di nome Kira Yoshinaka, che lo aveva ripetutamente offeso. Dopo la morte del loro signore i 47 diventano ronin (che letteralmente si può tradurre come “uomo alla deriva”) e trascorso un periodo di tempo sufficiente a far si che la protezione su Yoshinaka si allenti, ne assaltano il palazzo e lo uccidono. Successivamente si rifugiano nel tempio di Sengakuji e come ultima prova di fedeltà al loro signore commettono anch’essi seppuku.
Nel film questi fatti sono mischiati a varie storielle inventate di sana pianta che finiscono per togliere spazio al tema centrale dell’opera di Izumo, che mira a offrire una rappresentazione di quello che è l’autentico spirito del bushido, il codice di condotta dei samurai, che costituiva uno dei cardini morali della società giapponese.
Vengono introdotti elementi fantasy francamente brutti e insignificanti, una storia d’amore penosa ed effetti speciali vecchi di una quindicina d’anni.
Se al tutto aggiungete Keanu Reeves come personaggio principale, la voglia di provare personalmente il brivido del seppuku potrebbe anche sfiorare le menti più fragili.
Però su questo vorremmo invitare i lettori a una riflessione. Provate a pensare a come sarebbe stata la vostra vita se i vostri genitori avessero deciso di chiamarvi Keanu. Forse il signor Reeves nella sua vita fa il massimo che può, partendo da una situazione di oggettiva inferiorità.
Alla fine della visione ci si alza dalla poltrona con una sola domanda: perché tutto questo inutile dolore?
Questo film non vale duecentesimi