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DUECENTESIMI

vaffanculo addio

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Dolci fantasie (poco miste) nel cuore del Pigneto

Dolci fantasie (poco miste) nel cuore del Pigneto

Come i nostri affezionati lettori sanno ormai bene, il 98,9 per cento degli sforzi quotidianamente intrapresi da noi della redazione di Duecentesimi sono tesi a placare la nostra incontenibile fame, contemperando la predilezione per il cibo di qualità con le esigenze di un portafoglio in cui con crescente insistenza aleggia un qualcosa di simile al Nulla della Storia Infinita.

Le nostre continue peregrinazioni in cerca di posti per soddisfare i nostri belluini appetiti ci hanno portato di recente a incappare nella pasticceria Dolce e Fantasia di Roma, in via Pausania 1, zona Pigneto,un luogo in cui un evidente sincretismo etnico e culturale si fonde con stuzzicanti leccornie per il palato e un ricercato squallore, con volute imperfezioni stilisticamente accostabili al dadaismo, incontra le esigenze economiche di chi della parola stipendio ha ormai vaghe rimembranze tragico-leopardiane.

Insomma, un posto privo delle volgari pretese piccolo borghesi che affliggono ormai la classe lavoratrice italiana, dove si mangia bene senza dover chiedere un prestito a una finanziaria della provincia di Salerno soggetta a un'ispezione della Banca d'Italia per movimenti sospetti di capitale, finendo coinvolti in un’inchiesta con un delirante nome inglese tipo “Titty twister”.

L'approccio a questo luogo ameno coinvolge la vista e l'olfatto in egual misura: avanzando verso l’ingresso i quanti di luce emanati dall'insegna blu elettrico e giallo canarino sporco colpiscono il nervo ottico non più velocemente di quanto le piacevoli fragranze sprigionate dal locale raggiungano le nostre nari, scatenando lubriche fantasie orgiastico-gastronomiche. Scontato il risultato: il primo pensiero di un essere senziente che gode di buona salute e di sufficiente equilibrio psichico non può che essere "Pancia mia fatti capanna".

All'interno la pasticceria presenta un arredamento scevro da ogni velleità, con una soffusa luce che scaturisce da economici neon e che contribuisce a ingiallire ulteriormente il parco arredamento e le compunte pareti evidentemente affette da itterizia acuta, che ricordano quelle del refettorio dei Frati Carmelitani Scalzi di Parma.

Un lungo bancone di vetro con ripiani espone agli occhi dell'avventore le preziose libagioni disponibili, separando lo spazio in cui si attende con impazienza di essere serviti dalla cucina a vista che si estende smisurata alla sue spalle, metallizzata come le panoplie di un reggimento di cavalieri teutonici. In alcuni frigoriferi accanto alla porta sono impilati dolci che abbisognano di temperature più basse della norma e alla destra dell’ingresso è presente un espositore in cui si alternano gusti di gelato durante la stagione calda e torte nel resto dell'anno.

Una volta dentro è difficile non credere di trovarsi nel Paese di Bengodi, giacché da ogni dove si affacciano paste variegatissime per forme e gusti, cornetti semplici e ripieni, danesi, bombe e ciambelle fritte, lieviti di ogni natura, strudel, torte con diversi tipi di crema, ricotta e cioccolato, crostate, mignon, meringhe di guisa eterodossa e bavaresi di ardita architettura.

Perbacco, non esitiamo a riconoscere che una simile schidionata di eccellenze culinarie potrebbe tosto mettere a tacere anche le ferali brame del più depravato dei crapuloni!

Vera specialità della casa, comunque, è la proteiforme e succulenta pasticceria da tè, presente in quantità pantagrueliche e di qualità assolutamente elevata. Biscotti, pasticcini e dolcetti di ogni foggia e ripieno attendono i curiosi e gli arditi che si spingeranno fino a questi meandri per dare gioia alle loro concupiscenti fauci.

Arrivati a questo punto non possiamo non sottolineare la geniale pensata avuta dai proprietari, che aggiunge un tocco di non sense capace di condire di una sfumatura beckettiana l’esperienza che questa pasticceria può offrire: i pasticcini da tè, infatti, variano di prezzo a seconda che si decida di concentrate le proprie fantasie su una ristretta varietà di esemplari (il cosiddetto “POCO MISTO”, che costa 12 euro al chilo) oppure che si preferisca la più completa e disparata mistura (il cosiddetto “MISTO”, che si paga invece 11 euro). Che dire? Ubi maior minor cessat.

Perdonerà il lettore se ci siamo dilungati ma vale la pena spendere altre due parole sui cartelli che adornano le pareti del locale e sul mastro pasticcere che lo gestisce.

È quest’ultimo una creatura di stazza considerevole, evidentemente frutto di un incrocio tra un Uruk-hai uscito dalla fantasia di Tolkien e un rarissimo esemplare di bengalese incazzato. La sua totale mancanza di espressione comunica un senso di inquietudine e paura, che può tramutarsi in vero terrore quando la più piccola esitazione di un avventore ingenera nel colosso degli sbuffi dal naso che indicano la prossima perdita di pazienza.

Il grottesco essere apre il locale alle sei del mattino e lo chiude dopo mezzanotte. Durante questo tempo prepara i dolci e serve al banco, privo di emozioni come un troll di caverna, implacabile e indefesso, senza alcun entusiasmo eppure costantemente presente e pronto a servire i clienti mentre li odia, insieme a tutta la loro stirpe, in assoluto silenzio. Egli è là e tutto lascia supporre che continuerà ad esserci nei secoli dei secoli.

Osservandolo non può non venire da chiedersi se siano o no opera sua i cartelli sulle pareti che invitano i clienti a “non chiedere, NEANCHE DIETRO PAGAMENTO, scatole per torte, fogli per incartare, bustine di carta, ecc”, ricordando al contempo che “È vietatissimo entrare con il “casco” (tra virgolette, sic!) nel negozio! “Indossato” (altre virgolette) naturalmente”.

Di posti così se ne trovano uno o due nella vita, se si è fortunati. Noi lo abbiamo trovato e ve lo consigliamo. Voi fate come cazzo vi pare, ma sappiate che questa pasticceria poco mista vale duecentesimi.

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Pasticcini misti e poco misti
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Gli inquietanti cartelli
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Alle prese con l'Uruk-hai che viene dal Bengala

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T
Gente di merda, che gente di merda, che il mare vi sommerga, che il vento vi disperda!
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J
Apprezziamo molto la citazione. I nostri omaggi
C
Io, nonostante il nome, sono nato a Parma e vi posso assicurare che in città non c’è e non c’è mai stata traccia di un convento dei Frati Carmelitani Scalzi. Dovreste documentarvi meglio prima di scrivere questi articoli.
Rispondi
J
Ha ragione signor Alighieri, ancora una volta ho scritto un’inesattezza. Intendevo Ravenna ma nella fretta, non so perché, ho scritto Parma e poi nel rispondere al signor Cepeda mi sono nuovamente confuso e ho scritto Siena. Grazie anche a lei della segnalazione.
S
Io, come potete intuire dal nome, sono nato a Siena e vi posso assicurare che in città non c’è e non c’è mai stata traccia di un convento dei Frati Carmelitani Scalzi. Mi unisco a Cody Cerosso: dovreste documentarvi meglio prima di scrivere questi articoli.
J
Ha ragione signor Cerosso, ho scritto un’inesattezza. Intendevo Siena ma nella fretta, non so perché, ho scritto Parma. Grazie della segnalazione.