vaffanculo addio
3 Febbraio 2014
Per chi come noi della redazione di Duecentesimi ha tanta fame e pochi soldi, mangiare una pizza veramente buona a Roma può non essere un’impresa facile.
La capitale pullula di pizzerie di ogni specie, pronte a propinare agli avventori le più svariate tipologie di uno dei piatti più amati dagli intenditori di cucina di tutto il globo terracqueo. Si va dalle ricercatezze più raffinate a ricette che non hanno nulla da invidiare alle bombe sporche assemblate nel terzo piano interrato di un’ex fabbrica segreta di ogive nucleari riconvertita in base operativa da una banda di terroristi osseto-ceceni capeggiati da una bionda procace che ha scelto come nome in codice, guarda caso, “Margherita”.
Noi però, pur restando persone mentalmente tanto aperte da potersi definire sventrate, per quanto riguarda la pizza siamo tradizional-oltranzisti. E pertanto consideriamo tale solo ed esclusivamente quella che si rifà alla tradizione partenopea.
Fatta questa doverosa premessa, uno dei posti in cui è possibile recarsi per soddisfare il proprio bramoso palato quando è in preda ai più belluini istinti è la pizzeria in via Alberto da Giussano 23.
L’insegna recita semplicemente “Pizzeria” in caratteri blu circonfusi di un neon arancione. E già qui non possiamo esimerci dal primo chapeau: i proprietari, un gruppo di simpatici ragazzi egiziani estranei ad ogni velleità come solo i grandi maestri possono esserlo, non ha perso tempo a cercare un qualsivoglia nome. Stanno in un posto dove si fa la pizza e si mangia la pizza. Questo posto non può essere niente di diverso da una pizzeria. Qualunque nome sarebbe solo un inutile e goffo orpello. “Andiamo in pizzeria”. “Dove?” “Ho detto in pizzeria, coglione!”.
Mangiare la pizza in questa pizzeria significa non solo fare un pasto, ma diventare protagonisti di un’esperienza che non ha nulla a che invidiare al cha no yu, quel rito nipponico spirituale e sociale che gli occidentali chiamano semplicisticamente “cerimonia del tè”. Esattamente come in questo rituale, tutto quello che ruota intorno a questa pizza è, per dirla con le parole della lingua nativa della mia nonna materna shibui (di gusto impeccabile), wabi (semplice e scevro da ogni lusso), sabi (di un rustico non pretenzioso, con imperfezione arcaica), fura (divertimento puro della vita).
Il locale è piccolo e arredato in modo essenziale, con due tavolini rotondi, una mensola attaccata al muro su cui è possibile poggiare le pietanze e un bancone dietro al quale sono esposti pezzi di pizza tonda già pronti. Fuori, sul marciapiede, ci sono quattro tavolini di plastica con alcune sedie.
Oltre a scegliere tra le pizze pronte è ovviamente possibile comporne secondo i propri gusti. La filosofia del locale è semplice: chiedete e vi sarà dato. Una volta presentata la lista dei propri desiderata vi sarà sufficiente attendere qualche minuto per veder comparire la pizza da voi richiesta, poco più piccola delle dimensioni della ruota di un carro Amish, cotta in base alle vostre esigenze, sottile o più spessa, carica come una portaerei in assetto da guerra o semplice e leggera, “che ieri avevo l’acidità di stomaco”. Il tutto rigorosamente accompagnato da un supplì e da una crocchetta di patate di forma oltraggiosamente oblunga, generosamente offerti dalla casa. E per quale prezzo? Quattro euro, indipendentemente dal tipo di pizza ordinato. Secondo chapeau. Se poi vi viene sete potete aprire il frigo lì accanto e prendervi una birra, aranciata, sprite, tè freddo, coca-cola e financo, terzo chapeau, l’ineguagliabile chinotto Neri. Li pagherete a parte, senza mai spendere più di un euro e mezzo.
Che altro aggiungere? Si mangia senza posate: la pizza arriva già tagliata a spicchi su vassoi di plastica che sembrano usciti dal refettorio del collegio dell’Ordine del Santissimo Salvatore di Santa Brigida. Non provare la pizza con il salame piccante e quella con il kebab (che si può anche gustare classico, in luogo della pizza medesima) sarebbe un gesto da sconsiderati.
Quarto e ultimo chapeau: i proprietari non sono lì per vendere la pizza, ma essendo degli artisti, per farla e per farvela mangiare. Non di rado, al momento di saldare il conto, vi vedrete omaggiare di generosi sconti. E se entrerete nelle loro grazie potrà perfino accadere che il conto vi venga rifiutato, avvegnaché l’arte non ha prezzo. Provare per credere.