vaffanculo addio
21 Gennaio 2014
di Jeff Scafati
Se è vero che al peggio non c’è mai fine, lo è altrettanto che questa evidenza non scoraggia un congruo numero di persone dal tentare di infrangere ogni volta il limite raggiunto dai predecessori.
Esempio incarnato di questa tragica tendenza è il declino ormai decennale che affligge il ristorante orientale che ha sede a Roma in Viale Regina Margherita 19-21. Il nome attuale è Chopsticks Restaurant. Prima si chiamava Wokwei e prima ancora Mongolia Barbecue.
Nato negli anni Novanta come buffet mongolo-orientale, il locale aveva una sua dignità: un cuoco discendente di Gengis Khan sudato e incazzato che cucinava carne, verdure e pesce presi dal buffet sul momento dai clienti, servendosi di una piastra bisunta e senza menomamente badare a eventuali richieste da parte degli avventori, decine di pietanze sinosiamesi disposte nel buffet in vaschette o vassoi di alluminio, dolci improbabili (tra cui delle palline fatte di schiuma poliuretanica con dentro un seme di mandarino) e un’atmosfera rilassata e informale preziosamente immalinconita da musica triste composta da persone che vivevano ad almeno otto fusi orari a est di Greenwich. Il tutto per 20.000 lire, bevande escluse.
Poi, chissà per quale cazzo di motivo, per un periodo il posto ha chiuso, porca puttana. Però ha riaperto alcuni anni dopo. Si chiamava Wokwei e si era leggermente infighettito, proponendo al cliente la scelta obbligata tra due formule: kaiten-zushi all you can eat (al piano terra) o buffet sinosiamese (al primo piano). Se sceglievi il sushi ne potevi mangiare a quattro palmenti prelevandolo direttamente dal nastro trasportatore che correva nel centro del locale, mentre uno che sembrava Goemon con i capelli corti e senza katana ma con il coltello lo preparava in un angolino. Poi ogni tanto nei piattini invece del sushi potevi trovare una fetta di ananas o di cocomero e rare volte financo una specie di tiramisù. Se invece facevi la fatica di salire le scale andavi al solito buffet sinosiamese. Il tutto per 20 euro, perché nel frattempo era entrata in vigore la moneta unica ed era iniziata la rovina.
Dopodiché c’è stato un nuovo cambio: via il kaiten-zushi. È rimasto solo il buffet, anche se uploadato in sinogiapposiamese, con dei vassoi di sushi. Epperò il cuoco incazzato si è talmente incazzato per questa scelta ditirambica che se ne è andato e il locale ha perso molto del suo colore perché il sostituto non suda quanto lui e delle volte sembra quasi allegro. In più la musica trasmessa non era più solo malinconica ma anche funky-ammiccante e dava un po’ fastidio. Tocco di classe da segnalare: al buffet erano disponili orsetti di gelatina colorati e liquirizie succedanee delle Haribo.
Infine oggi: buffet sinogiapposiamese più sushi più churrascaria. Una scelta sincretico-dadaista che abbiamo apprezzato per l’idea ma che non nasconde il generale decadimento del livello qualitativo del cibo servito. Quello che ci fa più male è la perdita di gusto del tempura, uno dei nostri manicaretti preferiti, un tempo preparato con sapienza e oggi insipido e svogliato.
Insomma, mala tempura currunt.