vaffanculo addio
6 Giugno 2014
di Jeff Scafati
Qualcuno con 30mila dollari affitta una macchina rossa superveloce e va a giocare a poker a Las Vegas contro un avversario con desueti baffi a manubrio, un cappello texano coloro avana e uno sguardo di ghiaccio. Qualcun altro con la stessa cifra rinnova il mobilio di casa, oppure incrementa il conto in banca o ancora organizza qualche viaggio. Temenuga Trifonova, giovane artista bulgara naturalizzata canadese, con tre decine di migliaia di biglietti verdi ci ha girato un film. Un’impresa di per sé non facile visto il limitatissimo budget, resa ancora più complicata dalla scelta di ambientarlo nella Parigi di fine Ottocento e di girarlo in costume. Eppure il risultato stupisce, sia per la generale qualità del lavoro, sia per la profondità che l’autrice riesce a conferire all’opera, per di più costretta, per motivi economici, in un vestito eccessivamente stretto, quello del mediometraggio (la pellicola dura un’ora).
La storia narrata in Man of Glass è ispirata al romanzo À rebours (tradotto in italiano Controcorrente) di Huysmans, che ha offerto però solo un sostegno iniziale, abbandonato il quale la regista ha intessuto una propria trama che vede il giovane aristocratico Gaspard de Ronsard muoversi in una società in cui lo sviluppo delle scienze della mente e delle più originali teorie sulla criminalità e il funzionamento del sistema nervoso e del cervello si accompagna all’affermazione della nuova classe borghese, che porta con sé egoismo, avidità e una prosaica quanto volgare ricerca del piacere fine a sé stessa. Di fronte a questa barbarie il protagonista decide di abbandonare la propria identità e di condurre una vita appunto controcorrente, che lo porterà a compiere gesti estremi con il solo fine di spezzare quella routine dalla quale si sente tragicamente sopraffatto.
Scevro da ogni velleità il film è l’opera di un’ “artigiana” del cinema che evidentemente conosce il suo lavoro (magistrale l’illuminazione a candele e specchi in alcune scene) e che grazie allo scalpello della macchina da presa è riuscita a raccontare una storia complessa senza renderla banale ed evitando quel cerebralismo che, date le circostanze e la giovane età, era in agguato. La pellicola, portata in Italia da Kilab, neonata associazione culturale con una marcata perversione per le iniziative qualità, lascia lo spettatore soddisfatto ma inquieto, impedendogli di alzarsi dalla sedia senza portare con sé le molte domande che la sua visione solleva sulla natura umana.
Questo film vale duecentesimi.