vaffanculo addio
6 Novembre 2019
Scrivere è come scopare. L’occasione per rispolverare questo acutissimo apoftegma, concepito molti anni or sono, quando l’eccesso di ormoni adolescenziali aveva iniziato a intaccare irreparabilmente la nostra già compromessa Area di Broca, ci è stata offerta dalla lettura appena terminata del libro Karma Hostel di Francesco De Luca.
Altri, prima di noi, hanno avuto modo di analizzare e recensire questa opera d’esordio di De Luca. Condividiamo in pieno i giudizi positivi su un lavoro letterario certamente originale, che come molte opere prime porta con sé tanto entusiasmo, alcune ingenuità e qualche sproloquio. Il merito dell’autore sta nell’aver raccontato una storia fuori dagli schemi, dal sapore neobeat, regalando al lettore alcuni passaggi che nella Grecia di Aristofane sarebbero stati definiti con il termine spudaiogeloion e alcune singolari riflessioni sull’esistenza che rivelano una non comune conoscenza della cultura psichedelica e dello sciamanesimo (De Luca ha certamente letto Mckenna, Talbot, Narby e ha avuto modo di apprezzare la vita e le opere di Robert Louis Stevenson e John Belushi).
Ciò posto, sarà il caso di spiegare per quale motivo la lettura di Karma Hostel ci ha fatto tornare alla mente che scrivere è come scopare. In entrambe le circostanze si è liberi di abbandonarsi alle più lubriche fantasie e ai più perversi istinti, ma comunque ci sono delle regole da rispettare se poi si desidera mostrare a qualcuno il frutto dei propri sforzi. Karma Hostel vuole essere, per stessa ammissione dell’autore “un romanzo selvaggio”. Qualcosa di questa ardita combinazione, però, causa un certo stridore durante la lettura: ci sono parti del libro che avrebbero forse dovuto essere sottoposte a un certo labor limae, per presentare al lettore un’opera, che mira appunto a essere un romanzo, più composta e bilanciata. Nel complesso, comunque, Karma Hostel resta un libro assolutamente piacevole. Che vale duecentesimi.