vaffanculo addio
21 Ottobre 2014
Ricorre oggi il quattrocentoquattordicesimo anniversario della Battaglia di Sekigahara, uno degli scontri campali più importanti della storia del Paese delle pianure dai lussureggianti canneti, come veniva definito il Giappone nelle antiche cronache nipponiche.
Vista la passione che da sempre la nostra redazione nutre per i palindromi, siano essi numeri, parole o frasi, e per le decapitazioni, siano esse materiali, metaforiche o simboliche, non potevamo lasciarci scappare questa ghiotta opportunità per ricordare brevemente che la Sekigahara no tatakai è stata la battaglia nel corso della quale venne tagliato il maggior numero di teste nella storia dell'umana stirpe.
La tradizione vuole infatti che alla fine del certame siano rimasti sul campo 40.000 cadaveri decollati. Cifra considerevole sia considerata in termini assoluti che percentuali, se si pensa che il combattimento avvenne tra due armate di circa 81.000 e 89.000 uomini.
L’enorme dispendio di energie legato a questa indubbiamente feroce attività, comunque, non fu invano né gratuito. Grazie alla vittoria ottenuta sul rivale Ishida Mitsunari, il condottiero Tokugawa Ieyasu poté infatti passare alla storia come uno dei tre grandi unificatori del Giappone, in buona compagnia di Nobunaga Oda e Toyotomi Hideyoshi, ponendo fine al lungo periodo di guerre civili iniziato nel 1478 e noto agli esperti di storia nipponica con il nome di Epoca Sengoku.
Nei tre anni successivi alla battaglia Tokugawa Ieyasu riuscì progressivamente a consolidare il proprio potere, fondando il Tokugawa shōgun-ke, lo shogunato Tokugawa, sotto il quale il Paese conobbe un periodo di pace e prosperità interrotto solo nel 1868 dalla Restaurazione Meiji, che riconsegnò il potere all'imperatore dopo secoli di dominio degli shogun, avviando un radicale mutamento della struttura politica, economica e sociale del Giappone.
Se la storia può essere maestra di vita, quella della Battaglia di Sekigahara insegna che talvolta vale la pena scontrasi frontalmente e con brutale violenza con i propri avversari, poiché da questo contrasto può derivare, a fronte di perdite anche rilevanti, un vantaggio superiore, non solo per sé stessi ma per un’intera collettività.
Potrebbe essere opportuno tenerlo a mente in un momento in cui è facile osservare che la contrapposizione tra forze politiche diversamente orientate, solida base per ogni ordinamento che si ritenga genuinamente democratico, è ridotta nel nostro Paese a un farsesco battibecco da operetta carducciana tra pseudo avversari che in realtà hanno a cuore esclusivamente il mantenimento del potere.
E anche ove così non fosse, la ricerca del compromesso ad ogni costo, nel lungo periodo riduce l’autonomia di pensiero e gli spazi concreti di manovra e di azione, imbrigliando le energie protese al cambiamento e spingendo inevitabilmente verso l’abulia.
Logico portato di quanto sopra esposto è l’auspicio da parte nostra di una generale riduzione delle teste in circolazione.
È vero che è con la testa che si ragiona. Ma, non dimentichiamolo, ci si può anche giocare a palla.