vaffanculo addio
25 Marzo 2013
di Mr. Clawful
È l’ultima frontiera del disagio sociale. Atti di soperchieria e prevaricazione diretti contro se stessi. Telefonate di minaccia indirizzate alla propria segreteria telefonica, e-mail di contenuto offensivo auto inviate, insulti, irrisioni e villanie registrate davanti a una telecamera e poi riviste per trasformarsi in vittime della propria prepotenza. A lanciare l’allarme contro un problema che già coinvolge decine di migliaia di giovani e che sembra in costante crescita è un team di ricercatori della University of Rhode Island, che ha iniziato da tempo a studiare il fenomeno del self bullying, l’autobullismo.
La patologia è stata individuata per la prima volta nel corso di uno screening sullo stato di salute degli studenti delle scuole superiori del più piccolo Stato della federazione statunitense. Psicologi, sociologi e medici della University of Rhode Island hanno riscontrato in migliaia di giovani l’esistenza di sintomi tipicamente associati al bullismo, quali stress, ansia, mancanza di concentrazione, nervosismo, difficoltà nei rapporti interpersonali e fobie di varia natura. Con la particolarità che nessuno degli alunni interrogati si è dichiarato vittima di soprusi o angherie da parte di compagni di scuola o coetanei.
Un’analisi psicologica approfondita dei soggetti affetti da questo genere di disturbi ha portato alla scoperta di un malessere mentale e fisico mai emerso fino a quel momento, che gli studiosi hanno definito con il termine tecnico di self bullying.
“L’autobullismo è un fenomeno nuovo dal punto di vista medico e psichiatrico, ma già enormemente diffuso. I dati a nostra disposizione ci dicono che negli Stati Uniti sono decine di migliaia i giovani che ne risultano affetti”, spiega Basil Nookie-Malfàs, a capo del team di scienziati che ha individuato per primo il problema.
“Quando ci siamo trovati davanti le prime manifestazione di bullismo auto inflitto siamo rimasti interdetti e shockati. C’era un ragazzo, ad esempio, che da anni ogni sabato si scriveva una lettera in cui minacciava sé stesso che se non avesse portato a scuola una merenda a base di burro d’arachidi sarebbe stato picchiato nel bagno durante la ricreazione. Finito di scrivere la missiva, il ragazzo usciva, andava all’ufficio postale e poi imbucava la lettera, utilizzando un francobollo per posta prioritaria in modo da riceverla in tempi brevi”, prosegue il professor Nookie-Malfàs.
“In un altro caso un ragazzo si era comprato due cellulari, e con un uno inviava all’altro messaggi minatori e biasimi verbali: ‘Sei un matusa!’, ‘Hai vestiti del tutto fuori moda’, ‘Se ti vedo di nuovo vicino alla terza C durante la pausa pranzo ti rimbocco le mutande sulla testa e ti annodo la cintura a mo’ di cravatta’”. Un giovane molto bravo a disegnare riempiva di murales le pareti della sua scuola chiamandosi “Quattr’occhi sfigato”.
Manifestazione evidente di un disagio psicologico profondo, l’autobullismo affligge prevalentemente gli adolescenti tra i 13 e i 19 anni. “Non abbiamo notato grandi differenze tra maschi e femmine, e neppure maggiore o minore concentrazione in base alle origine etniche e alla condizione sociale. Da questo punto di vista possiamo sicuramente parlare di un fenomeno trasversale, che colpisce indiscriminatamente tutti gli studenti”, sottolinea Nookie-Malfàs.
Quanto alle cause del problema, gli scienziati sono costretti ad ammettere di brancolare nel buio.
“Nelle azioni di bullismo “ortodosso” si riscontrano quasi sempre i seguenti ruoli: il bullo o istigatore, colui che commette atti di prepotenza, e la vittima, colui che subisce la sopraffazione. Nel caso del self bullying, invece i due ruoli vengono a coincidere, e questo rende estremamente complicato lo studio delle cause del fenomeno”, spiega lo specialista.
Chi bullizza chi? E perché?
“Gli studi risalenti hanno dimostrato che fattori come l’invidia e il risentimento possono essere indicatori di rischio per diventare un bullo e che in alcuni casi l'origine del bullismo affonda le radici nell'infanzia, magari da parte di chi è stato a sua volta vittima di abusi. Quello di cui stiamo parlando, però, è una patologia nuova, a cui non sembra possano essere applicate le tecniche di analisi utilizzate fino ad oggi”.
Al momento l’unica cosa certa è che il self bullying rappresenta una sfida cui la comunità medica e scientifica non può sottrarsi. “Abbiamo creato una task force speciale per lo studio del problema e siamo al lavoro 24 ore su 24, sette giorni su sette”, assicura il professor Basil Nookie-Malfàs. “Teniamo d’occhio i ragazzi affetti dalla patologia e anche i soggetti che appaiono a rischio. Sono fiducioso che presto riusciremo a scoprire le cause di questo malessere e a elaborare una terapia efficace”.